Ricordo perfettamente: erano le 19,30. Per me, con i bambini, era ora di porre inizio all'organizzazione della cena. Era anche l'ora de TG regionale.
Ricordo perfettamente di essere arrivata a quell'appuntamento con perfetta calma, una giornata come le altre, una giornata da madre come tante altre madri. Un pomeriggio tranquillo di maggio. Non sentivo traccia di quello che stava per arrivare. Era tutto straordinariamente calmo. Sì ricordo una gran calma. Quasi un silenzio inarrestabile e dentro il silenzio la strage era già avvenuta ma io non lo sapevo. Ricordo perfettamente Mariolina Sattanino pallida come un cencio, incapace di parlare. Ricordo perfettamente parola dopo parola. Ricordo perfettamente il piatto che mi cadde di mano, e, cadendo, comporsi dentro la mia testa come quell'esplosione che non potevo sentire ma che era dentro di me per sempre. Un boato che non ho sentito che, eppure, ancora dopo anni, mi scuote con quel rumore al rallenti di un piatto che s'infrange al suolo e poi i pezzi, cadendo, riesplodono in mille pezzi che a loro volta rimbalzano e rimbalzano. Ricordo la telefonata di mia suocera da Torino: "stai calma, stai calma.." e io che piangevo e tremavo. Eppure io, Giovanni Falcone non l'avevo mia conosciuto. Ricordo i miei figli guardarmi inorriditi per tutte quelle lacrime che venivano fuori così all'improvviso. Ricordo di non aver potuto fare più niente. Ricordi immediatamente dopo le immagini che arrivavano dal buco dell'autostrada. Ricordo infine una cosa strana che d'allora non mi lascia: aver pensato, non mangerò più carne, come se la violenza   di quell'atto si componesse dentro di me in un bisogno infinito di porre pace al mondo. E di farlo subito con qualcosa di molto personale.
Beatrice Monroy

Ero vicino a San Vito, a casa di amici, poco oltre la tonnara. Un pomeriggio di un sabato qualsiasi, trascorso a far chiacchiere qualsiasi, di fronte a un paesaggio qualsiasi: il golfo di Castellammare. Eravamo rimasti tutto il tempo stravaccati, disposti con le sdraio a semicerchio a guardare quel paesaggio come qualcosa che si conosce da tempo, che piace senza richiedere alcuna attenzione particolare.
Quando il paesaggio cominciò a sparire per lasciare posto all’ombra della sera, qualcuno pensò di dare una svolta alla luffìa proponendo di andare a mangiare. C’erano i favorevoli e i contrari, quindi per ottenere l’unanimità passò un’altra mezz’ora. Quando venne il momento ci si distribuì nelle macchine che servivano. Io presi la mia e prima ancora di mettere in moto accesi la radio. Sul primo canale c’era una voce che conoscevo, la voce del giornalista Saverio Lodato. Stava dicendo:
.…Giovanni Falcone era un esempio scomodo per tutti, magistrati e no…
Giovanni Falcone era un esempio. Giovanni Falcone era.
Era.
Quasi subito dopo aver saputo il come e il quando, pensai che ero stato a fissare per tutto il pomeriggio il punto dove era avvenuto l’attentato. Era una frazione del paesaggio che avevo guardato per ore senza mai vederlo veramente. E a un certo punto, precisamente alle diciassette e cinquantotto, quella frazione di paesaggio aveva avuto un sobbalzo, un sussulto praticamente invisibile dalla distanza in cui mi trovavo. Era stata una variante durata al massimo due secondi, un pezzo di autostrada che volava via osservato alla distanza di molti chilometri. Nessuno di noi naturalmente se ne era accorto, e i discorsi erano trascorsi uguali, prima durante e dopo quell’infinitesimale sussulto del paesaggio. E però si vede che quei due secondi li avevamo introiettati ugualmente, come una percezione subliminale. Quei due secondi di un sabato pomeriggio qualsiasi erano entrati dentro di noi. A volerli cercare devono essere ancora lì, conservati da qualche parte.
Roberto Alajmo

 

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